mercoledì 17 settembre 2014

Stravaganze stilistiche?

La nazionale di ciclismo femminile della Colombia!

(foto scaricata da WEB)

Ti preparo qualcosa

Scena: interno giorno, un normale appartamento romano 
Situazione: un tipo (io) ha appena aiutato una amica con alcune attività che tipicamente vengono definite "da uomo di casa", le cose sono andate per le lunghe e l'ora di pranzo è già passata. 

Lei: se ti va rimani, ti preparo qualcosa da mangiare 

Io (titubante, anche perchè consapevole della scarsa familiarità dell'amica con i fornelli, ma con lo stomaco in continuo brontolio): Bè ... se proprio non disturbo 

Lei: ma che dici, nessun disturbo, faccio in un attimo!  

Ora, è vero che non si può organizzare un banchetto luculliano all'ultimo minuto, e che si può non essere molto preparati, ma uno spaghetto aglio e olio (per esempio) ci vuol poco a farlo. 

Il suddetto "ti preparo qualcosa" era invece proprio letterale, abbiamo pranzato (se così si può dire) dividendoci una vaschetta di insalata confezionata ed una mezza confezione (aperta credo la sera prima) di bresaola senza neanche, che so, un po' di olio e limone per stemperare il sapore della carne o, lo so di esagerare, delle scaglie di parmigiano. 

 Secondo voi avrei dovuto capire in anticipo che quel "se ti va rimani" non era un invito, ma una minaccia?

martedì 16 settembre 2014

Troppu trafficu ppi nenti

A chi potrebbe mai venire in mente di tradurre in dialetto messinese una commedia di Shakespeare, se non ad Andrea Camilleri (con l'aiuto di Giuseppe Dipasquale)? Ed infatti tra le mani mi è capitato questo interessante opera, piacevole da leggere (anche se a volte un po' ostica, ma per fortuna c'è anche il testo italiano a supporto), che per me ha avuto tre pregi.


Il primo è di avermi fatto  far conoscere una commedia di cui conoscevo benissimo il titolo (Much ado for nothing ... molto rumore per nulla, frase entrata nell'uso comune) ma niente affatto la trama. Trama  molto semplice ma con personaggi molto interessanti

Il secondo è di avermi fatto conoscere Michele Agnolo Florio, frate toscano convertitosi al protestantesimo che trovò rifugio in Inghilterra e lì ebbe, nel 1553,  un figlio di nome Giovanni. Che c'entra questo con Shakespeare? C'entra! E' noto che ci sono molti dubbi sul fatto che Shakespeare sia stato il vero autore delle opere a lui attribuite, e sia invece stato  il prestanome di qualcun'altro, da Francis Bacon a Christopher Marlowe. Tra le varie teorie c'è quella, corroborata dalla profonda conoscenza dell'Italia che trapela in diverse sue opere (in Italia, oltre che a Molto Rumore per niente, sono ambientate Il mercante di Venezia, Romeo e Giulietta e l'Otello), che indica in Michele Agnolo Florio (la cui madre si chiamava Scrollalanza ... Shake-scrolla Speare-lancia ... un caso?) ed in suo figlio Giovanni (colto studioso, traduttore di  Montaigne ed autore del primo dizionario italiano-inglese)  i principali autori delle opere, con la eventuale collaborazione del grande bardo. Ipotesi suggestiva da cui Camilleri è partito, anche perchè pare che un'opera con questo titolo, andata perduta, fosse stata pubblicata presso i Fratelli Spina di Messina nel 1579 (ben prima di Shakespeare). Si noti che Michele Agnolo Florio, frate convertito al calvinismo, sarebbe fuggito dallo stato pontificio a metà del 1500 per trovare rifugio, dopo vari soggiorni nell'italia del nord, inclusa Venezia (Otello, Il Mercante di Venezia), in inghilterra, presso dei parenti della madre.

Il terzo è di avermi spinto ad assistere alla rappresentazione di questa commedia, questa estate, presso il Globe Theatre di Roma. Una messa in scena veramente coinvolgente con attori giovani ed in gamba e delle contaminazioni musicali veramente gradevoli. Secondo me l'anno prossimo lo rimettono in scena; nel caso, cercate di non perderlo.

venerdì 12 settembre 2014

Personale

Sono troppo assente dalla blogsfera, e non perchè io abbia esaurito la mia vena di scrittore/grafomane (non ancora almeno), ma perchè il tempo è veramente tiranno, tra lavoro ed altri impegni, e la sera arrivo così stanco che non riesco a mettermi di nuovo davanti al PC. 

Passerà, ovviamente, tutto passa, nel frattempo vi regalo una poesia che ho trovato in giro, della poetessa tedesca Elli Michler:

Io ti auguro del tempo

Non ti auguro un dono qualsiasi,
ti auguro soltanto quello che i più non hanno.
Ti auguro tempo, per divertirti e per ridere;
se lo impiegherai bene potrai ricavarne qualcosa.
Ti auguro tempo, per il tuo fare e per il tuo pensare,
non solo per te stesso, ma anche per donarlo agli altri.
Ti auguro tempo, non per affrettarti e correre,
ma tempo per essere contento.
Ti auguro tempo, non soltanto per trascorrerlo,
ti auguro tempo  perchè te ne resti:
tempo per stupirti e tempo per fidarti e non soltanto per guardarlo all'orologio.
Ti auguro tempo per guardare le stelle,
e tempo per crescere, per maturare.
Ti auguro tempo per sperare nuovamente e per amare
non ha più senso rimandare.
Ti auguro tempo per trovare te stesso,
per vivere ogni tuo giorno, ogni tua ora come dono.
Ti auguro tempo anche per perdonare.
Ti auguro Tempo, tempo per la vita.


(Testo Originale)

Ich wünsche dir Zeit

Ich wünsche dir nicht alle möglichen Gaben.
Ich wünsche dir nur, was die meisten nicht haben:
Ich wünsche dir Zeit, dich zu freun und zu lachen,
und wenn du sie nützt, kannst du etwas draus machen.

Ich wünsche dir Zeit für dein Tun und dein Denken,
nicht nur für dich selbst, sondern auch zum Verschenken.
Ich wünsche dir Zeit – nicht zum Hasten und Rennen,
sondern die Zeit zum Zufriedenseinkönnen.

Ich wünsche dir Zeit – nicht nur so zum Vertreiben.
Ich wünsche, sie möge dir übrig bleiben
als Zeit für das Staunen und Zeit für Vertraun,
anstatt nach der Zeit auf der Uhr nur zu schaun.

Ich wünsche dir Zeit, nach den Sternen zu greifen,
und Zeit, um zu wachsen, das heißt, um zu reifen.
Ich wünsche dir Zeit, neu zu hoffen, zu lieben.
Es hat keinen Sinn, diese Zeit zu verschieben.

Ich wünsche dir Zeit, zu dir selber zu finden,
jeden Tag, jede Stunde als Glück zu empfinden.
Ich wünsche dir Zeit, auch um Schuld zu vergeben.
Ich wünsche dir: Zeit zu haben zum Leben ! 

lunedì 8 settembre 2014

I Fagioli Salterini

"Oh ... che carini" dice lei guardando quei semini che si muovono inspiegabilmente di moto proprio

Lui prende in mano una delle scatolette trasparenti contenenti quegli strani semi e le spiega:"Sono fagioli salterini e provengono dal Messico. Secondo una leggenda proprio lì esisteva una stupenda  valle incantata dove gli uomini e le fate vivevano  in pace. Ma poi gli uomini cacciarono le fate, che si nascosero dentro le piccole bacche di una pianta, e sono loro che ora  si agitano, preparandosi ad uscire. E se un umano riesce a cogliere l'attimo in cui una fata esce fuori e spicca il volo, potrà esprimere un desiderio che verrà esaudito"

(foto scaricata da WEB)

"Che bello" risponde lei "me ne compri una scatolina? dai ..."

"Certo" fa lui " eccola, è tutta tua, cosa ci farai?"

"La metterò sul mio comodino, aperta, nella speranza di vedere una di queste fate" conclude lei

Lui la osserva con il suo solito sorriso sornione, poi le dice "Però ... quella che ti ho raccontato è una leggenda, la verità è leggermente diversa. In questi piccolo baccelli si annidano dei piccoli bruchini che si nutrono della loro polpa senza intaccare le pareti esterne. E sono loro che, agitandosi al loro interno, creano i movimenti. Dopo alcune settimane il bruco sarà diventato una farfalla e volerà via. Vuoi davvero dormire con sul comodino dei bruchini agitati?"

Lei guarda ora con disgusto la agognata scatoletta, la deposita per terra ben lontana da lei e se ne va disillusa mormorando un netto "No!"

(foto scaricata dal WEB)

venerdì 5 settembre 2014

Mia madre, santa donna!

Venerdì. Un giorno come un altro. Mia madre, santa donna,diceva sempre “né di Venere né di Marte!”.

Sfoglio il quotidiano. Poggio i piedi sulla scrivania. Oggi,di lavorare non ho voglia. Nella testa ho solo un concentrato di pensieri come non ne ho mai avuti. Non ricordo la mia mente ne abbia partoriti di così tanti dopo un semplice “certo”. Incredibile,quanto una parolina insignificante “certo” seguita da una altrettanto piccola parolina “volentieri”, possa scatenare pensieri.

E mi viene in mente la mamma. Santa donna. Mi chiedo se anche ad altri, in questi momenti, viene in mente la mamma.

Guardo le scarpe poggiate a terra, allineate perpendicolarmente alla sedia. I piedi sulla scrivania e i calzini. Si direbbe siano da cambiare. Erano di un grigio più scuro una volta. Maria deve aver sbagliato candeggio.

Candeggio. Mia madre diceva sempre “vado a candeggiare”, canotte di mio padre alla mano. Santa donna. Se vedesse i miei piedi sulla scrivania.

Sbuffo,chiudo gli occhi e la vedo. Il sorriso di quel “certo,volentieri”. La fossetta al lato della bocca. Bocca. Labbra. Occhi. I suoi occhi. Guerre, morti, morti ammazzati, incidenti,politici mangioni. Nulla di nuovo neppure oggi. Leggo sul trafiletto “cuoco a domicilio”. Mi segno il numero. Mia madre, santa donna, direbbe che sarebbe uno spreco. “Uno col talento come il tuo, riesce in qualunque cosa si applichi”. Santa donna. Chissà che penserebbe se sapesse che non so lessare neppure un uovo. 

Eppure, è stata proprio lei, santa donna, a viziarmi, con le sue ciambelle la mattina, gli spaghetti sguazzanti nel sugo a mezzogiorno, la carne di cavallo a cena e il bicchiere di latte prima d’andare a dormire. Mai ch’avessi alzato un dito. “Roba da donna” Diceva “Roba da mamma.” “Tu” battendosi l’indice sulla tempia destra “ lavora con questo e vedrai! Vedrai!”. Ed è con quello che lavoro. Da vent’anni. Le mie mani si direbbero affusolate, lisce, mani d’uomo che non saprebbe neppure rimestare la sabbietta in una cassettina di feng shui. Le unghie cortissime. La pelle leggermente abbronzata. Rimetto su le scarpe. Devo dire a Maria di lucidarle un po’, sembrano sbiadite. Giacca, cellulare, chiavi. Torno a casa. Esco un po’ prima. Devo portar fuori Ermes e controllare che tutto sia a posto. 

La signora Rita, del primo piano, stende il bucato. Mi sorride. Le sorrido. Ha mani grandi Rita. E anche una pancia grande. “Che occhi grandi…” leggeva mia madre. Santa donna. Mia madre. Le piacerebbe la signora Rita. Sgranerebbero insieme rosari sulle panche della chiesa dietro l’angolo e sbuccerebbero pisellini freschi il lunedì, dentro ampi grembiuli sulle ginocchia. Ne sono certo.

Ermes mi viene incontro. Deve essersi annoiato tanto. Che vita strana, fanno, i gatti. Una vita beata. Direbbe mio padre. Una vita senza senso. Mia madre. Santa donna.

Maria sbuca dalla camera da letto. “Ah! Bentornato!” Sorride. “Senti. Ho messo su le lenzuola pulite e stirate, ho messo quelle blu, il blu rasserena sai? Gli asciugamani al solito posto. Ermes ha giocherellato con una delle tue camicie, me la porto e la lavo, te la riporto Lunedì, ne hai un altro centinaio nell’armadio” ridacchia. “Non volevi quella blu scuro proprio questa sera,vero? Comunque ne hai una dozzina di colore simile là dentro” indicando con la testa la porta della camera.

Maria, senti, i calzini, vedi? Le dico, sfilandomi la scarpa. Lei si avvicina, guarda in basso.“Ah, sì, erano grigio topo una volta. Ora sono fumè.Dovrai abbinarli bene” risponde, poggiando la grande borsa sul tavolo della cucina. Guardo il mio piede nudo sul parquet dell’ingresso. Non ho mai capito la differenti sfumature cromatiche con cui le donne sanno nominare ogni singolo oggetto. E le scarpe,vedi? Forse sono da lucidare.
“Ah, sì, sembrano impolverate. E’ normale. Ti ostini ad andare al lavoro a piedi. Ne hai un altro centinaio là dentro. Ne troverai un paio adatte per stasera,no?”

Maria, quattro figli e un marito assente. Le mani grandi e i capelli corti corti, il naso un po’ schiacciato, la pancia prominente. Bada a tre case con altrettanti gatti, nel mio stesso palazzo. Mai una smorfia, mai un lamento. Sorriso sulle labbra. 

Si avvia alla porta. “Ah! Senti, ho lucidato bene il parquet, ho passato l’aspirapolvere sul tappeto davanti al divano. In cucina. Trovi la ricetta per gli spaghetti. Non preoccuparti, devi solo mettere l’acqua e quando fa le bolle grandi ci butti giù una manciata di spaghetti. In frigo trovi la padella con la salsa che devi metterci sopra. Mi raccomando. Bada a tirarla via prima,così si stempera. Accendi il fuoco e la scaldi. Sai farlo quello,vero? E’ come per le schifezze che mangi quando non vai al ristorante. Solo sta attento a non bruciarla!Il secondo è pronto in forno. Tiralo su qualche minuto prima degli spaghetti, scaldi anche quello e lo porti così com’è a tavola. Ok?” Faccio sì con la testa.

Sorride. “Bene! Vedrai, te la caverai benissimo.” Pensi? Le chiedo. “Oh sì!! E’ come andare in bicicletta,sai? La poggi lì, usi l’auto per tutti i giorni, per i viaggi, per la spesa, la bici solo il sabato o la domenica mattina. Ma appena la prendi, sai già dove mettere le mani, i piedi e come sedertici sopra.” Sorride di nuovo. “Sai andare in bicicletta,vero?”. Si, sì. Certo. E’ che ... guardo il piede sul parquet dell’ingresso,ancora nudo. Si avvicina. Mi strizza una guancia. Mia madre lo faceva spesso. Santa donna. “Hai le guance più belle che si siano mai viste,bimbo mio,sai?” Diceva. Santa donna.

“E’ solo una donna. Una bella donna – l’ho intravista l’altro giorno,sai? – E’ come andare in bicicletta, ti dico. Dà retta a me. Fidati. Non morde mica. Ah! A proposito. Ermes l’ho portato fuori io. Veramente è sgusciato dalla porta quando ho risposto alla signora Sandra che ha citofonato per lo zucchero. Sono già tre volte in una settimana. Avranno tutti il diabete in quella famiglia ...”

Chiudo la porta e mi getto sul divano. Sfilo via l’altra scarpa. I pantaloni. La camicia. I calzini. Grigio fumè, grigio topo. Esiste anche un grigio topo?Ed è questo,il grigio fumè?

Sotto la doccia scivolano via molti pensieri. Faccio la barba. Sono bravo a non tagliarmi. “Se ti tagli disinfetta tutto con l’acqua ossigenata,eh!Mi raccomando”. Direbbe mia madre. Santa donna. Sorrido allo specchio. E invece un taglietto lo scovo, lì,appena appena sotto il mento. Devo esser invecchiato. Guardo la mia immagine riflessa nello specchio. Giusto qualche ruga ai lati degli occhi. “Queste,vedi? Sono rughe da sorrisi, bimbo mio” diceva mia madre  “vengono a chi sorride e sorride e sorride,sempre. Fatti venire queste rughe eh, mi raccomando! Voglio vederti pieeeeeno di rughe così! Sorridi! Su! Che sei bello!”. Chissà cosa direbbe, ora, mia madre, vedendo quelle rughe d’espressione. E quei capelli bianchi sulle tempie, che si mescolano infingardi tra gli altri.

Non indosso la canotta da anni. Credo d’aver smesso un’estate di qualche decennio fa. E non l’ho più messa. Sarà il caso? E’ autunno, ma è caldo. E se poi? No.

Le 19. Ermes è fuori sul balcone. Accovacciato dentro al vaso di gerani di Maria. Erano,gerani,un tempo. Ora, solo un vaso con della terra compattata dai lunghi sonni di Ermes. I gatti. Sembra abbiano il mondo a loro disposizione. Quanto li invidio.
Lei arriva puntuale. Per una donna, è quasi un’eccezione. Ma lei, lo è. Un’eccezione. Un’eccezione nella mia routine quotidiana. Mia madre direbbe che routine suona male, sa di monotonia, di incolore, di assenza.
E lei, una lei, era assente da tempo. Non ricordo più da quanto. Sorride. Un bacio lieve sulla guancia.

“Ho portato il vino.” Sorride di più. “Se non ricordo male, è quello che ti piace. Dovresti metterlo in frigo però,credo si sia scaldato un tantino..” ride un po’ porgendomi la bottiglia. Sì,è il mio preferito. Se anche non lo fosse,che importanza ha? L’hai portato tu, le direi, basta questo. Sediamo impacciati alla penisola della cucina. La ascolto parlare. Le guardo i capelli, le mani, mentre gesticola. Stappo una bottiglia di non so cosa, Maria dice “bollicine,basta che ci siano le bollicine”. E le verso da bere in un flute.

Ho messo su la camicia blu. Un blu non so cosa,ma blu. Mi piace il blu. Mi rasserena. Lo dice anche Maria. Il pantalone blu anche lui. Mi chiedo se non sembro buffo, tutto di blu. 

Ha quasi litigato con una collega,oggi, mi racconta. Per fortuna ha molto autocontrollo. E poi, dice, “non volevo rovinarmi la serata con una stupidaggine del genere” Sorride. “ E la tua giornata?Com’è andata?”. Penso ai miei piedi sulla scrivania. Ai calzini grigio topo diventati grigio fumè. Alle scarpe impolverate. Penso agli spaghetti, dovrei mettere su l’acqua e aspettare che faccia le bolle. Tirare fuori la salsa, ricordarmi del secondo in forno.Invece,la guardo, i suoi occhi, la sua bocca, la fossetta ai lati delle labbra quando sorride.

Le allontano una ciocca di capelli dal viso, la metto così,dietro l’orecchio. Il mio indice sfiora appena la sua fronte, la sua tempia. Ho una irrefrenabile voglia di baciarla. Si può baciare una donna al primo appuntamento? Non sarebbe la prima volta. Ci siamo già visti. Ci conosciamo. Ci conosciamo? Ma qui. Casa. Mia. “E’ come andare in bicicletta,sai come si fa vero?” direbbe Maria.

Non ne sono più tanto sicuro. Non sono più sicuro di niente,quando è con me. Quando sono con lei. Passo il pollice sul mento. Il taglietto non si nota più. La ascolto parlare. Il suo cane, dice, oggi non ne ha voluto sapere di anticipare la passeggiata serale e temeva di far tardi. L’ha strattonata su e giù per il quartiere, e il guinzaglio non regge in una mano così piccola. “Ecco cosa capita,quando decidi di prenderti un cane che è il doppio di te! Ti fa correre su e giù e ti costringe a docce dell’ultimo minuto per non far tardi” Ride.

Doccia. Com’è fare la doccia con te? Mi chiedo.  E baciarti?Qui, a casa mia? Come andare in bicicletta. Mi sembra di ricordare. Dove mettere le mani, come, per quanto tempo. Mi sembra di sapere,dove metter i piedi e come mantenere l’equilibrio. Mi sembra quasi di sentire, il vento sul viso. Il suo respiro. Le sue mani. La sua bocca. I suoi capelli. Lei.

Tiro fuori la pentola, metto su l’acqua. Tiro via dal frigo la padella con la salsa e prendo un mestolo nel cassetto. “Vuoi una mano?” mi sorride. Il blu,indosso a lei, sembra ancora più bello. Rasserenante, direbbe Maria. “Semplicemente meraviglioso, figlio mio, meraviglioso”, mia madre.  Santa donna.

Livia. Meraviglioso. Hai ragione mamma, meraviglioso.

mercoledì 3 settembre 2014

I sonetti di Shakespeare

Scritti probabilmente fra il 1595 e i primi anni del 1600, i Sonetti di Shakespeare costituiscono uno dei grandi vertici della letteratura d'amore di tutti i tempi. Come per  le altre opere del grande autore c'è tutt'ora chi discute sulla corretta attribuzione a Shakespeare di questa raccolta, e sul fatto che siano stati pubblicati a sua insaputa. Ma non è di questo che voglio parlare, ma del "contenuto" dei sonetti, di ciò che possono "nascondere", e delle "sensazioni" che questi possono far "assaporare". 

Spero che questo piccolo esempio vi spinga a recuperarne una copia ed a sfogliarla per scoprire ciò che di più nascosto c'è in loro.


Sonetto XXVII.

Consunto da fatica, corro presto a letto
caro ristoro al corpo distrutto dal cammino;
ma allor nella mia testa s'apre un'altra via
a stancar la mente or che il mio corpo ha tregua.
Svelti i miei pensieri da lontano ove dimoro
volgono in fervido pellegrinaggio a te
e tengono spalancate le mie palpebre pesanti
scrutanti quelle tenebre che il cieco sol conosce:
ma ecco che la vista immaginaria del mio cuore
presenta la tua ombra al mio sguardo senza luce,
che, simile a diamante sospeso nel buio più nero,
fa la cupa notte bella e il suo vecchio volto nuovo.
Così di giorno il corpo, di notte la mia mente
per colpa tua e mia non trovano mai pace